mercoledì 4 luglio 2012

La recensione del film della settimana: C'era una volta in Anatolia



Il film ha vinto il Gran Premio della Giuria al festival di Cannes del 2011.

Premetto che con i film che hanno vinto premi sia al festival di Venezia, sia a quello di Cannes ho un rapporto di amore-odio. Vado a vederli con le migliori intenzioni e premesse, ma finisce quasi sempre che mi sfiancano e esco dal cinema con un senso di insoddisfazione, come se avessi lasciato un lavoro incompiuto.


C’era una volta in Anatolia inizia come un road movie: nella steppa anatolica spazzata dal vento si aggirano due scassatissime auto della polizia e una camionetta di militari.
Sono alla ricerca di un corpo perduto: l’assassino ha vuoti di memoria e il paesaggio quasi sempre uguale non aiuta a ritrovare con facilità il luogo dove il povero cristo è stato seppellito.
La strada è lunga e l’unico modo per ingannare la noia e il tempo  è di scambiare quattro chiacchiere. Si delineano così i personaggi del film, con la loro personalità, i loro problemi: il capo della polizia brontolone e con un figlio gravemente ammalato; il medico legale con il suo matrimonio fallito, il procuratore vedovo, causa lui stesso della morte – vendetta di sua moglie.



Il film procede a tratti con una lentezza esasperante che alla fine rischia di fare passare in secondo piano la meravigliosa fotografia di Gokhan Tiryaki.
Vero talento, Gohan in questo film si rivela un Michelangelo Merisi della fotografia, tanto il primo piano dell’assassino di notte, all’interno della macchina della polizia, con i suoi occhi vuoti e stralunati e la capigliatura incolta, ricorda lo stesso Caravaggio (soprattutto l’autoritratto che si fece nel “Davide con la testa mozzata di Golia”).

Non mancano i momenti ironici che concedono un po’ di ossigeno all’ormai boccheggiante spettatore.


Il film si diverte a mettere in evidenza il contrasto tra la modernità tipica dell’Europa, a cui aspira la Turchia, e il suo appartenere in realtà ad un mondo che è di almeno sessant’anni indietro: il villaggio dove la corrente elettrica rischia di saltare ad ogni momento per il troppo vento, il pc portatile utilizzato per redigere il verbale al momento del ritrovamento del corpo, accanto alle vecchie utilitarie della polizia.

C’era una volta in Anatolia è stato paragonato ad un buon libro, difficile da apprezzare, effettivamente preferisco un linguaggio visivo veloce, come pure i dialoghi, altrimenti mi vado realmente a leggere un libro.

Non lo boccio, ma consiglio di vederlo solo se si è veramente svegli, altrimenti si rischia di divenire insofferenti e di addormentarsi.