domenica 17 febbraio 2013

Recensione del libro "Nemesi di Philip Roth" a cura di Enrica Guariniello







Nelle scorse settimane Philip Roth ha dichiarato pubblicamente la sua decisione di smettere di scrivere.

Purtroppo.

Purtroppo perché Roth è un maestro nel raccontare cosa accada nell’animo umano quando si diventa adulti e poi maturi, quando si è travolti dagli eventi, quando i sogni – anche quelli più tenacemente e metodicamente perseguiti – si infrangono nei limiti, nell’inadeguatezza o semplicemente perché il Caso decide che non è come vogliamo che le cose devono andare.



Roth è il vecchio amico che incontri per caso, che ti racconta una storia interessante, una storia che lui stesso non sa capire fino in fondo ma che tocca dentro, che non si può fare a meno di ascoltare. E lui è lì con te, lettore, a porsi le tue stesse domande, a struggersi nel tentativo di capire ciò che magari va accettato e basta, a proporre umilmente risposte da condividere.

NEMESI è la storia di un giovane insegnante di educazione fisica dai robusti ideali che si trova, educatore di un campo estivo, nel bel mezzo dell’epidemia di polio nel 1944; epidemia che mette da dura prova il suo rapporto con Dio, il suo senso del dovere, il suo coraggio; epidemia di cui è forse untore e di certo vittima.

La nemesi è quella particolare condizione in cui tutto ciò da cui hai sempre cercato di restare immune ti piomba addosso, senza (apparenti?) vie di fuga.

Ma fino a che punto sei stato vittima o causa degli eventi? E se hai subito dei danni sei già stato punito abbastanza? E se sei colpevole potrai mai perdonarti?

Ovviamente non c’è una risposta, ma solo la constatazione che tragedia è non accettare i propri limiti senza sentirsi in colpa.