martedì 2 settembre 2014

Orti urbani, è vera gloria?


Ce li descrivono come apportatori di benefici: rimedio antistress, cibo bio a km zero, luoghi di socialità e ostacolo alla speculazione edilizia, eppure per molti urbanisti sono un segnale di inesorabile declino

Durante questa estate 2014 mai iniziata, complice papà che voleva insegnarmi i segreti della coltivazione di pomodori ciliegini e zucchine, ma soprattutto del suo chiodo fisso di pensionato orticoltore: i cocomeri, mi sono entusiasticamente lanciata nella moda del momento: l’orto.

La coltivazione dell’orto, da snobbato passatempo lasciato agli “umarell” si è trasformato nel giro di tre anni in un must trendy, icona ormai di un certo life style cittadino. L’evoluzione modaiola di zappa e vanga si deve come sempre alla first lady delle first ladies; lei… sempre lei, Michelle Obama, che da quando ha iniziato a coltivare rapanelli alla Casa Bianca, è riuscita a convertire le chicchissime dame dell’alta società alla causa bio, forse speranzose di ottenere con carote e cavolfiori le stesse braccia toniche sfoggiate da Lady Obama nei suoi vivacissimi tubini fucsia.


Gli orti urbani sono quindi triplicati e parecchie municipalità offrono ai privati piccoli appezzamenti di terreno o aree abbandonate a patto che venga versato un piccolo canone annuale ed il terreno venga pulito e coltivato. Gli orti urbani non riusciranno sicuramente a sollevare le disastrate casse di molti Comuni, ormai quasi più rosse di un sanmarzano, ma possono essere una soluzione alternativa per abbattere i costi di gestione del verde urbano, recuperando alcune zone abbandonate e trasformandole in luoghi di incontro, in piazze sociali finalmente reali e non virtuali.

I vantaggi sono numerosi, oltre a scambiare quattro chiacchiere, gli appassionati degli ortaggi della prima e dell’ultima ora ne guadagnano in salute, trovandosi anche le tasche del portafoglio più pesanti.
Il contatto con la natura e la terra ricarica la mente: i ricercatori del Sage College di New York hanno confermato che i campi fertilizzati in modo naturale sono ricchi di micro-organismi che trasportati dall’aria ed inalati fanno aumentare il senso di benessere. Con parole ancora più semplici, se durante una scampagnata il vostro aristocratico naso cittadino viene colpito in pieno da una zaffatta di “odori” poco gradevoli, sappiate che nel giro di poco tempo siete destinati ad ammalarvi… di felicità, in quanto la risposta immunitaria innescata nel vostro fisico dal Mycobacterium vaccae, induce i neuroni della corteccia prefrontale a liberare grandi quantità di serotonina, di conseguenza il vostro umore migliorerà; benessere destinato ad aumentare grazie anche al senso della vista: la vista dei soldi risparmiati a fine mese e non lasciati ai supermercati bio, in quanto grazie al vostro fazzoletto di terra siete voi stessi diventati produttori di frutta e verdura a km zero!


E la forma fisica? Sudare su manubri e cyclette in asettiche palestre al chiuso intristisce, vuoi mettere invece allenare i bicipiti diventando per un giorno bracciante al servizio di Sting? Il cantante ha deciso di offrire agli ospiti della sua tenuta in Toscana, l’azienda agricola“Il Palagio”, vicino a Firenze, la possibilità di zappare, raccogliere le olive e vendemmiare. L’esperienza ha inizio con un pic nic nei campi (così si respirano i batteri della felicità), dopo di che i responsabili della tenuta consegnano un cestino vuoto con tanto di istruzioni per riempirlo con olive o grappoli, al termine della dura giornata di bracciante gli ospiti potranno placare l’arsura della gola con la degustazione di un buon bicchiere di vino prodotto dall’azienda del cantante. L’experience termina con l’obolo…no, non quello che Sting versa ai braccianti, quello che i braccianti versano a Sting dopo avere vissuto questa esperienza terapeutica immersi nella bellezza della terra toscana: 262 euro a giornata, così almeno specificava The telegraph, diventa quindi essenziale compiere durante la vendemmia dei respiri profondi, per arrivare a sera con la mente completamente zen e libera dal triviale materialismo.


Bisogna ricordare poi che anche l’orto ha il proprio dress code.
Per Carla Gozzi stylist coach essenziale per ramazzare con stile è vestirsi con i toni della terra, per confondersi con la natura. Ovviamente lo stile deve essere comodo, ma al tempo stesso molto british: maglie in shetland delle Isole Orkney dai colori naturali: dal muschio, al castagna, al mostarda, abbinate a pantaloni sportivi dalle linee semplici, tipo chinos, e ai piedi stivali color cognac. Per i periodi più rigidi si può aggiungere un blazer di velluto a coste sui toni del marrone.

In base invece al Gatti style condito di buon senso i capi immancabili sono due: stivali in gomma e guanti robusti per proteggersi mani e piedi: tagliarami, coltello da giardiniere, estirpatore, zappa, vanga, forbici da potatura ecc. non sono pennelli da trucco e vanno maneggiati con attenzione. Per chi non è avvezzo, niente paura, può rivolgersi al Personal trainer dell’orto: una nuova figura professionale promossa dalla Fondazione Campagna Amica di Coldiretti.

Il personal trainer dell’orto si occupa della formazione insegnando a coltivare, ad usare correttamente gli attrezzi, fornendo tutte le informazioni necessarie  affinché l’orto possa prendere vita. Insegna l’approccio ai cicli di produzione naturale: nell’orto rivive il ciclo delle stagioni che l’agroindustria ha cancellato, la coltivazione ortiva si ispira infatti ai principi dell’agricoltura permanente, la permacultura, basata sul rispetto dei ritmi e dei quantitativi naturali, sui metodi tradizionali di cura frutto dell’antica esperienza contadina.


Sembra dunque che l’orto urbano ci riporti ad un ritorno al passato, ad una comunione con la natura, ad una maggiore e vera condivisione sociale, l’orto urbano sembra essere portatore solo di vantaggi, ma è proprio così? In realtà quando compaiono gli orti urbani in una città non è mai un buon segno, così sostiene Gabriele Tagliaventi architetto ed urbanista, esponente italiano del movimento per il rinascimento urbano, ordinario di ingegneria civile a Ferrara.

Senza scomodare gli orti di guerra sorti tra il 1943 ed il 1945 persino in Piazza del Duomo a Milano e in Piazza Castello a Torino, e quelli statunitensi e britannici chiamati victory garden, basta pensare a Detroit, le immagini di quella che era la capitale dell’auto e che ora appare come una città evaporata sono state splendidamente riprese nel film di Jim Jarmusch “Solo gli amanti sopravvivono”, dove i due protagonisti immortali si inseguono ed amano tra il Marocco e la desolata Detroit.


Detroit capitale di un impero fondato sull’acciaio: General Motors, Chrysler, Packerd Bell, Ford…poi la globalizzazione e la delocalizzazione per l’abbattimento dei costi del lavoro…la lenta ed inesorabile emorragia di famiglie della classe operaria che occupavano quasi 80mila miglia quadrate di territorio cittadino in villette ed appartamenti. Edifici e case in stato di abbandono preda di gangs, sbandati e dove la natura torna a prendere il sopravvento.

No, non è il film, è quanto successo veramente, la realtà!

Per contrastare il crimine organizzato che trova rifugio nelle zone disabitate il sindaco decide di demolire gli edifici vuoti da più di sei mesi, l’equilibrio, l’architettura di Detroit a poco a poco viene annientata, ora è un insieme di case e grattaceli alternate a grande aree verdi, tutto è completamente disconnesso. La Detroit del XXI secolo è spaventosamente simile alla Costantinopoli decadente del XV secolo….

Le decisioni che vengono prese nelle stanze del potere come in uno specchio riflesso sono le stesse, solo che sono passati secoli di distanza le une dalle altre: trasformare gli isolati urbani abbandonati in orti urbani affinché la popolazione possa cercare di sostenersi…..1452 Costantinopoli cade, 2013 l’amministrazione comunale di Detroit dichiara bancarotta.

La comparsa dell’orto urbano indica che la città sta perdendo la sua linfa vitale, gli abitanti, indica l’inizio dello spopolamento che porta alla perdita dell’equilibrio: una città sana è una città compatta, circondata da una grande campagna. Una città con una densità urbana non troppo alta, che porterebbe alla congestione e non troppo bassa che porterebbe ad una inefficienza dei servizi. Gli orti urbani non sono campagna e allargano solo lo spazio urbano disgregandolo e rendendo più costosi ed inefficienti i servizi.

Anche in Italia, complice la crisi le città stanno iniziando a spopolarsi e sta mancando soprattutto una chiara idea di progettualità e sviluppo della città: i residenti delle città si stanno disperdendo nelle zone limitrofe e la loro dispersione provoca non un ritorno alla vera campagna, bensì l’esplosione della superficie urbanizzata, del consumo del suolo. Dappertutto occorre equilibrio ed un disegno preciso: la città deve essere città, la campagna deve essere vera campagna, non un ibrido.