domenica 4 gennaio 2015

Recensione del film di #TimBurton, “Big Eyes”

Particolare del volto di uno dei bambini dipinti dalla pittrice Margaret Keane
Molto prima di Riyoko Ikeda e dell’avvento dei mangaka giapponesi, che da Candy Candy in poi condizionarono schiere di piccole pittrici in erba (in primis la sottoscritta) a ritrarre volti umani dagli immensi occhi, ci fu nell’arte moderna occidentale il pittore/pittrice nazional popolare Keane e le sue schiere di orfanelli dallo sguardo atterrito.

Tratto da una storia vera, “Big Eyes” vuole essere l’omaggio di Tim Burton a colei che con i suoi quadri ha influenzato il mondo onirico – immaginario del regista statunitense: la pittrice Margaret Keane, qui interpretata da un’ottima Amy Adams.

Siamo alla fine degli anni Cinquanta, Margaret raccoglie in una valigia tutta la sua vita e con la sua bambina ed i suoi pennelli abbandona il marito alla ricerca di quella felicità che non ha trovato nell’ordinato quartiere borghese dalle villette a schiera, tra le cui mura probabilmente si celano molte altre desperate housewives intente a sfornare torte di mele condite con fiele.


Incredibilmente moderna e coraggiosa per gli schemi comportamentali dell’epoca, non era infatti da tutte piantare in asso un marito e cercare di rifarsi una vita, Margaret tuttavia non rappresenta ancora il modello di donna emancipata che verrà affermandosi prepotentemente con la rivoluzione sessuale; in lei la tradizione continua a prevalere ed il suo desiderio di protezione la spingerà tra le braccia dell’affascinante affabulatore racconta frottole Walter Keane, pittore mediocre che spaccerà le opere della moglie per sue. 

Margaret e Walter Keane in Big Eyes
Una coppia quella di Walter e Margaret che ha creato un sodalizio basato sulla menzogna e durato quasi un decennio. Carnefice e vittima, Walter era un narcisista superbo, lei una insicura di indole remissiva, inevitabile che alla lunga lui prendesse il sopravvento su di lei annullandola e facendola cadere in un vero e proprio stato di timore reverenziale. Eppure finché è durata i coniugi Keane sono stati una perfetta macchina da guerra che ha prodotto ricchezza, portato scompiglio nel mondo dell’arte e dettato regole di marketing che ancora oggi sono valide.

Se Margaret aveva il dono della pittura, Walter era invece bravissimo nel marketing e nella cura delle pubbliche relazioni, ottimo PR di se stesso, adorava le luci della ribalta e stare in mezzo alla gente, quanto a Margaret era più congeniale l’ombra. Il successo dei bambini con gli occhioni si deve alle trovate di Walter che seppe abilmente sfruttare le sue amicizie con la stampa e con i proprietari dei locali più in voga.

Amy Adams interpreta Margaret Keane
Informato dai suoi amici cronisti degli eventi mondani della sua San Francisco, a cui prendevano parte politici, imprenditori, attrici, con savoir fare e notevole faccia di bronzo contattava direttamente gli organizzatori in modo da essere presente alla serata e donare all’ospite vip uno dei suoi quadri. Ovviamente il tutto veniva immortalato dal reporter amico e la mattina successiva con la colazione ti ritrovavi Keane in prima pagina con la bella Natalie Wood e il quadro con il bimbo dagli occhioni. Il gioco era fatto, ed avere un Keane era diventato sinonimo di prestigio.

Walter però non si ferma e capisce l’importanza di rendere l’arte alla portata di tutti: se pochi possono permettersi un Keane originale, allora molti si potranno invece permettere di incorniciare un poster da 5 o 10 centesimi che riproduce fedelmente il quadro (principio questo replicato anche dai più importanti marchi del lusso: una grande parte degli introiti di Dior viene non dalla vendita dei vestiti, bensì dal….make up).
Facendo un incursione nella nostra realtà e un riferimento al passato recente il caso Keane non vi ricorda l’ascesa del marchio Guru?

Le similitudini sono molte e Matteo Cambi, ideatore di Guru, è stato un Keane degli anni ’90 per culto della personalità, intuizioni e purtroppo ne ha replicato anche la disastrosa parabola discendente.

Il marchio Guru, come gli occhioni dei bambini dei quadri di Keane, aveva un grande impatto grafico ed era facilmente riconoscibile. Matteo Cambi, quando era all’apice, come Keane aveva una dote naturale: sapeva affascinare la gente, era davvero un ottimo comunicatore e ha saputo sfruttare anche lui le sue conoscenze mondane. Frequentatore ed amico dei proprietari e dei pr dei locali più alla moda, Cambi regalava al calciatore, alla velina o al cantante ospite della serata la sua maglietta che il vip di turno provvedeva subito a sfoggiare durante la serata. Da Vieri al cantante dei Jamiroquai molti vip e pseudo tali hanno ballato indossando la maglietta con la margherita e facendola diventare uno dei fenomeni della moda. Non male per una t-shirt che massimo valeva 10 Euro a stare larghi e che veniva venduta a 60 Euro.

La bellissima Krystin Ritter in Big Eyes
Tornando invece ai coniugi Keane la questione si risolse in tribunale con una sfida all’ultimo schizzo anticipando di molti decenni la moda dei reality con sfidanti e severa giuria pronta giudicare l’operato, ma in questo caso la vittoria era scontata, Margaret ebbe finalmente riconoscimento come vera autrice delle opere.

Il momento più bello del film? Quello in cui il giudice stabilisce la sfida e fa portare ad entrambe i coniugi cavalletto, tela e pennelli. Per quale motivo questo momento è stato il più emozionante? Perché i ragazzi più giovani che si trovavano in sala si erano immedesimati nella vicenda al punto da applaudire in sala, evidentemente c’è voglia di merito e non di impostori nelle nuove generazioni.

Per gli appassionati di vintage e frequentatori del Jamboree Festival un piccolo consiglio, occhio agli outfit della bellissima Krystin Ritter.