lunedì 31 agosto 2015

#Immigrazione, tra bieco business e veri uomini di buona volontà, tra strategie internazionali e rinascita dei movimenti populisti – parte prima

Scrivere in questi giorni di immigrazione è molto difficile, si rischia di essere banali, di cadere nel pressapochismo, soprattutto quando il mezzo che utilizzi è il post di un blog, in quanto sai benissimo che lo strumento ha un grosso limite: la lettura su web che è quasi sempre veloce e incompleta.

Leggendo i vari articoli ed esaminando le discussioni che avvengono sui social ci si accorge di come volontariamente, oppure involontariamente, alcune informazioni non passino oppure non vengano date nella maniera corretta. Con questo post voglio provare a fornire al lettore alcuni strumenti per aiutarlo a leggere in maniera più critica il fenomeno.


Immigrati, extracomunitari, stranieri, clandestini, irregolari, richiedenti asilo, un po’ di ordine per favore!!!!!

Nei discorsi da bar e da social, ma purtroppo spesso anche nella carta stampata, questi sostantivi sono usati indifferentemente come sinonimi, con un tono per lo più spregiativo (soprattutto nelle conversazioni che avvengono sui social) e invece occorrerebbe sapere usare le parole correttamente.

Conoscere ed usare i termini esatti è la base per tracciare i confini del problema: gli immigrati nel linguaggio comune sono coloro che si stabiliscono, in genere per lavoro, in un Paese diverso da quello di cui sono cittadini (nel nostro specifico caso coloro che non sono cittadini italiani e che si stabiliscono in Italia) e possono provenire dalla zona dell’UE, ed essere quindi immigrati comunitari, oppure provenire da Paesi che non fanno parte dell’Unione, ed in questo caso uno statunitense è extracomunitario al pari di un iracheno. Nel linguaggio comune, immigrati comunitari ed extracomunitari sono entrambe “stranieri”, vale a dire cittadini di una nazione estera, tuttavia le cose cambiano se diventiamo più tecnici ed utilizziamo un linguaggio giuridico.

L’Italia facendo parte dell’Unione Europea, in sintonia con gli Accordi di Schenghen, ha stabilito che il termine straniero si riferisce soltanto a chi non è cittadino di uno Stato membro dell’Unione Europea. (Art. 1 Convenzione di applicazione degli Accordi di Schenghen). La condizione giuridica dello straniero nel nostro ordinamento, quindi i suoi diritti ed i suoi doveri sono disciplinati in primis dal Testo Unico sull’Immigrazione. Gli immigrati extracomunitari regolari sono perciò coloro che sono entrati nel nostro Paese rispettando le procedure previste nel T.U. e hanno di conseguenza un regolare permesso di soggiorno, gli immigrati extracomunitari clandestini sono invece persone che sono entrate nel nostro Paese evitando i controlli di frontiera in quanto sprovvisti del regolare visto di ingresso, gli irregolari sono invece entrati regolarmente ad es. con un visto per motivi di studio e sono poi rimasti sul suolo italiano anche se il visto era scaduto, oppure non hanno lasciato l’Italia anche se sono stati colpiti da un ordine di allontanamento. Molto spesso coloro che sono giunti nel nostro Paese senza visto di ingresso hanno un escamotage per rimanere sul suolo italiano: quella di presentare richiesta di asilo, cioè chiedendo il riconoscimento dello status di rifugiato. In base alle nostre norme infatti, in questo caso la persona ha diritto a rimanere e soggiornare in Italia anche se è giunta in maniera irregolare e senza documenti di identità (qui un bel po’ di norme e tanta giurisprudenza - Principali elementi della normativa su immigrazione, asilo e cittadinanza). Il rifugiato è infatti colui che, secondo la convenzione di Ginevra del 1951, non può tornare nel proprio Paese di origine in quanto potrebbe essere vittima di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche.

“Siamo degli animali feroci, noi esseri umani siamo bestie terribili”, un mondo in eterna guerra

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale l’Europa Occidentale ha vissuto e sta ancora vivendo un periodo di relativa tranquillità, ma al di la dei nostri confini i conflitti non hanno mai cessato di esistere, basta dare un’occhiata al sito Guerre nel Mondo per rendersi conto di quanta violenza stia insanguinando il pianeta, perché non esiste solo la terribile avanzata dell’ISIS in Siria e Iraq, dall’Africa al Medio Oriente, dall’Asia al Sud America, guerre civili e scontri sono all’ordine del giorno.

Aveva quindi tristemente ragione il grande fotografo Sebastiano Salgado quando, dopo avere seguito il conflitto del Rwanda, fu colpito da una forte depressione e profonda sfiducia nel genere umano tanto da fargli affermare che gli uomini sono animali feroci, bestie terribili.

E sono proprio le guerre, le persecuzioni, la distruzione, la miseria e la fame che ogni anno stanno costringendo nel mondo milioni di persone a lasciare la propria terra d’origine. Si calcola che siano quasi 50 milioni i rifugiati, più della metà dei quali arriva da Siria, Iraq, Somalia, Afghanistan, Sudan, Mali, Congo, Etiopia.

La speranza per molti si chiama Europa.


Dietro la separazione tra clandestini e richiedenti asilo le speculazioni per l’accaparramento dei Fondi per la gestione dell’immigrazione

Le rotte che conducono in Europa sono principalmente tre, due via mare, e una  via terra.
La rotta del Mediterraneo Occidentale porta in Spagna (ma Madrid ha intensificato i controlli da quando scoppiarono le primavere arabe), quella del Mediterraneo Orientale invece porta alle coste italiane e greche. La rotta via terra è quella dei Balcani, dove l’Ungheria sta costruendo un muro di filo spinato e la Bulgaria ha schierato alla frontiera i blindati.

I primi a guadagnare sulla pelle dei profughi sono gli scafisti e i passeur, ma una volta  sbarcati sulle coste italiane la catena delle persone che possono ricavare un guadagno dai clandestini si moltiplica, in alcuni casi è un guadagno illegale (manovalanza in nero per imprenditori e nuove leve per i malavitosi), in altri casi invece si tratta di guadagni leciti, in quanto i soldi arrivano dai fondi appositamente stanziati.

Per tutelare le labili frontiere europee ecco, dopo l’operazione Mare Nostrum,  Triton sotto l’egida di Frontex.
Frontex è l’Agenzia Europea che deve coordinare le operazioni di pattugliamento anti immigrati.   Le sue regole di ingaggio sono votate dal Parlamento Europeo che per ora ha stabilito che sono vietati i respingimenti dei barconi verso i porti di partenza, come pure viene stabilita la non punibilità dei soggetti privati che hanno prestato soccorso alle imbarcazioni dei migranti in difficoltà. Le regole di ingaggio stabiliscono anche in quali Stati devono essere sbarcati gli immigrati salvati ( e qui mi sovviene una domanda, posso capire l’uomo della strada che si chiede perché vengono portati quasi tutti qui da noi, non capisco invece quando questa domanda se la pone un ministro come Gentiloni...).

Una volta sbarcati in Italia i migranti che fuggono da guerre e persecuzioni possono presentare allo Stato italiano domanda di riconoscimento di protezione internazionale, anche se sono entrati in modo irregolare e senza documenti. La domanda va presentata alla Questura o alla Polizia di Frontiera che rilasciano un permesso di soggiorno per richiesta di asilo valido tre mesi, rinnovabile. Sulla domanda decidono poi le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale. I livelli di asilo sono tre: lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria internazionale e la protezione umanitaria. Nei primi due casi viene rilasciato un permesso di soggiorno di 5 anni, nel terzo caso il permesso avrà una durata di due anni.

In attesa che la pratica venga esaminata dove alloggiare queste persone? Il sistema di accoglienza ordinaria è gestito dalla rete Sprar (Sistema di protezione per i richiedenti asilo ed i rifugiati), tuttavia visti i numeri eccezionali degli sbarchi Il Ministero dell’Interno ha affidato in via emergenziale questa responsabilità anche alle Prefetture (Circolari del 8/1/2014, del 19/03/2014, del 21/03/2014, del 20/06/2014 del Ministero dell’Interno relative al Piano straordinario di accoglienza con equa distribuzione regionale/provinciale dei migranti), che devono bandire appalti per la ricerca di strutture e soggetti che si occuperanno della loro assistenza, e a questo punto i soldi iniziano a circolare, tanto per fare un esempio, l’accoglienza dei richiedenti asilo in Veneto gestita dalle prefetture vale circa 31 milioni di Euro, è infatti questo il valore delle gare di appalto che sono state bandite in Veneto e a cui possono partecipare associazioni, fondazioni, enti ecclesiastici, enti pubblici e privati che si occupano di assistenza alla persona, accoglienza ed integrazione; qui vi inserisco il link ad un Bando della Prefettura di Livorno dove potrete farvi un’idea dei servizi che devono essere garantiti ai profughi.

I famosi 35 euro al giorno a profugo non vanno quindi direttamente a quest’ultimo, ma vanno alla struttura che ha vinto l’appalto che ci pagherà gli stipendi del personale e tutte quelle attività che il bando prevede che vengano svolte per l’accoglienza. All’immigrato va invece un pocket money sui 2,5 euro al giorno, arrivando ad un massimo di 7.5 euro per ogni nucleo familiare, all’immigrato spetta poi una tessera o una ricarica telefonica da 15 Euro. Ovviamente la struttura che ha in carico l’immigrato deve organizzare la mensa garantendo colazione, pranzo e cena con cibo di prima qualità (e qui però mi vengono in mente i nostri anziani costretti a razzolare nei bidoni dell’immondizia, ma come scrivevo prima, l’accoglienza è un diritto sancito dalla costituzione e garantito da norme come il d.lgs 140/2005 che recepisce la Direttiva “accoglienza” 2003/9/CE), oltre ai servizi legati al vestiario, all’igiene etc. tutti ovviamente specificati nel Bando di gara.

Per quanto riguarda le strutture alberghiere possono partecipare ma solo se associate ad associazioni, fondazioni, enti ecclesiastici, enti pubblici e privati che si occupano di assistenza alla persona etc. In tempo di crisi molti alberghi hanno giocato la carta accogli l’immigrato, nella maggioranza dei casi per fare cassa ovviamente, ma sembra che sul lungo termine questa disinteressata buona volontà non paghi: sui siti e social specializzati (es. Tripadvisor) fioccano le recensioni negative di quei turisti che si sono trovati a dormire e fare colazione sotto lo stesso tetto con i profughi. Bhe, la canzoncina “Aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più” evidentemente vale solo per le tavole degli altri, ma se inizia a riguardare la nostra il registro cambia. Va tutto bene se questa gente la guardiamo alla televisione, un po’ meno se siamo costretti a guardarli negli occhi.

Ma con quali soldi vengono garantiti questi servizi? In Italia il contributo economico per l’accoglienza viene gestito dal Ministero dell’Interno attraverso due canali: quello del Fondo Nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo e quello istituito dal DL n. 451 del 30/10/1995, convertito poi nella legge 563/1995. Tali strumenti finanziari adottati a livello nazionale sono provvisti annualmente o al bisogno sia con i soldi provenienti dallo Stato Italiano, sia con i soldi provenienti dall’Unione Europea. In quest’ultimo caso provengono dal FAMI – Fondo Asilo Migrazione e Integrazione. Il FAMI riunisce sotto un’unica dicitura i precedenti fondi FEI (Fondo Europeo per l’Integrazione dei Cittadini di Paesi Terzi); FER (Fondo Europeo per i rifugiati) e RIF (Fondo Europeo per i rimpatri). I soldi stanziati dalla Unione Europea non possono quindi essere in alcun modo dirottati su altre voci di spesa e tali fondi operano quindi in co-finanziamento con l’Italia, coprendo circa il 50% - 75% dei costi.

Il costo maggiore non è però legato ai profughi adulti, bensì ai minori non accompagnati:  il costo pro capite dipende dalle rette delle singole comunità di accoglienza. Gli standard in questo caso sono più elevati, così come i costi. La competenza è dei Comuni che si avvalgono per la gestione delle comunità di accoglienza. Queste devono assicurare anche un servizio sociale e di tutela, che comporta una spesa maggiore. Le rette possono dunque superare anche i 140 euro, ma per quelli che rientrano nello Sprar, indipendentemente dalla rette della comunità, erogano 80 euro al massimo. Il ministero sta comunque lavorando per abbattere i costi di queste rette, pensando a una differenziazione anche per fasce d’età. Attualmente, dall’ultimo report nazionale del ministero del Lavoro che fa il punto al 31 luglio 2015, in Italia nei primi sette mesi dell’anno sono giunti 8.442 minori non accompagnati. E il numero potrebbe essere sottostimato dal momento che questo dato considera esclusivamente i minori identificati. Sono soprattutto maschi (94,9%), per lo più fra 17 anni (54,4%) e i 16 anni (26,8%), provenienti principalmente da Egitto (22,5%), Albania (14,2%), Gambia (9,7%), Eritrea (8,5%), Somalia (7,4%), Nigeria (4,5%), Senegal (4,5%), Bangladesh (4,4%), Mali (4,1%) e Afghanistan 3,8%). Molti di loro una volta giunti in Italia diventano irreperibili.

Ciondolando, ciondolando ma loro non possono per legge lavorare

Una volta accolti queste persone le si vede ciondolare in giro a fare nulla, un mio amico napoletano direbbe Gegé bella vita… tuttavia se questi profughi se ne stanno con le mani in mano non dipende da loro, ma ancora una volta dalle nostre leggi. Il richiedente asilo infatti non può lavorare nei primi sei mesi di ingresso in Italia. Il diritto al lavoro può essere esercitato dai richiedenti asilo solo dopo sei mesi di permanenza sul territorio nazionale senza che sia intervenuta la decisione sulla domanda di asilo.

L’art. 11 del Decreto legislativo n. 140 del 30 maggio 2005, infatti, prevede che: “Qualora la decisione sulla domanda di asilo non venga adottata entro sei mesi dalla presentazione della domanda ed il ritardo non possa essere attribuito al richiedente asilo, il permesso di soggiorno per richiesta asilo è rinnovato per la durata di sei mesi e consente di svolgere attività lavorativa fino alla conclusione della procedura di riconoscimento”.

Il cittadino straniero titolare di un permesso di soggiorno per richiesta asilo, pertanto, non può lavorare per i primi 6 mesi. Alla scadenza di tale periodo, senza che sia intervenuta una decisione in merito alla domanda, il richiedente asilo dovrà chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno direttamente in Questura che gli rilascerà un permesso di soggiorno della durata di 6 mesi che consente di svolgere attività lavorativa fino alla conclusione della  procedura  di riconoscimento. 

Come si può notare tutto dipende dalle nostre leggi, dalle norme che sono ai più poco conosciute; i richiedenti asilo potrebbero però svolgere lavori socialmente utili in qualità di volontari se venisse attivata una copertura assicurativa e degli accordi tra Regioni, Enti Locali, soggetti dediti all'accoglienza per regolare tale attività. In questo modo si renderebbero utili alla comunità che li ospita e sicuramente alcuni atteggiamenti ritrosi dei cittadini muterebbero. Alcune regioni come la Toscana si sono già mosse, l'Emilia Romagna seguirà  a breve.